A.I. Artisanal Intelligence | Five questions to… Fernanda Veron
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Five questions to… Fernanda Veron

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Five questions to… Fernanda Veron

L’approccio di Fernanda Veron alla fotografia si configura come un percorso introspettivo, dove l’artista filtra i propri rivolgimenti interiori attraverso immagini che raccontano l’oscura poeticità di un mondo dimenticato. Fernanda, di origini argentine, vive e lavora a Roma, di cui ha fatto il suo principale centro espositivo. Oltre a fotografare, la Veron si cimenta nella videoarte, nella scrittura, nella pittura e nel collage, dando libero sfogo alla sua vocazione artistica. Per la prossima edizione di AltaRoma ha eccezionalmente ritratto la moda, in un servizio che sarà contenuto nel magazine free-pressRoma“, distribuito dal 7 Luglio 2012 durante i vari eventi.

Fra gli altri interessi artistici che coltivi, perché hai scelto la fotografia come veicolo d’espressione privilegiato?

E’ una domanda che ha molte risposte ma se ora mi viene in mente un periodo “iniziatico” della mia passione per la fotografia , rispondo: da quando mi sono interessa a documentare i posti abbandonati che cercavo. Negli anni novanta mi intrigavano questi luoghi del silenzio, fantasmagorici, soporiferi di vissuto e emotivamente decadenti. Mi inquietava fotografare un luogo abbandonato proprio perché immaginavo le persone che le abitavano, case , ville, fabbriche, scuole e cosi via. Andare armata solo di macchina fotografica, mi ha sempre dato l ‘impressione di poter sorprendere l’ invisibile e cogliere il momento dalla realtà che qualcuno aveva dimenticato. Credo che sia stato questo l’ impulso maggiore che mi ha spinto nel labirinto delle “impressioni fotografiche”: cercare di fotografare ciò che gli altri non vedono.

Nei tuoi lavori il sogno si eclissa in una realtà oscura, desueta, e nonostante la nitidezza, è come se immortalassero un labile stato di dormiveglia. Potresti raccontarmi di come accadono le tue immagini, del processo che vi sta dietro?

 E’ il pensiero che emerge,  fino a quando non lo trasformo in immagine. Come le parole, rimangono sempre appese alla bocca affinché il cuore o il cervello non elabora l ‘idea. Sentire di poter dare forma a il tempo, l’ inquietudine, i sogni, il silenzio, l’ estasi, l immaginazione e così via citando altre forme surreali de gli stati d’ animo, mi portano a contemplare la loro potenza.  Il grado di “dormiveglia” o inconscio che spesso vivo si confonde perennemente alla realtà, tanto è vero che credo molto in quel che non vedo ma sento, prima di tutto. La fotografia è un ologramma di questo momento.

I tuoi scatti sono accompagnati da flussi di parole, e anche nei video compaiono frasi, libri, pensieri. Che rapporto c’è fra le immagini e questi testi?

Il mio rapporto tra immagine e testo è materno, non c è l’ una senza l ‘altro. Ho sempre scritto perché immaginavo ho sempre immaginato quello che scrivevo. La poesia è la cosa più vicina alla fotografia, le pause sono solo un respiro come lo  scatto è un momento. Amo scrivere, mi permettere di andare oltre, spesso non riesco a rappresentare ciò che vedo perché è troppo dettagliato, se lo scrivo, ricorderò tutto per sempre.  Scrivere mi ha insegnato ad esprimere ciò che non conoscevo, perché spesso uso il flusso di coscienza che si conclude in un nuovo lavoro.

Spesso le tue fotografie sono in bianco e nero, è una scelta artistica o è un modo di vedere il mondo?

Io amo i colori, il bianco e nero è quello che si avvicina molto al sogno, fatto di ombre e luci da cui emergono le immagini. Per questo motivo spesso la scelta è obbligata. Quando ricordo in un immagine, invece, il colore c’ è sempre, perché i ricordi sono sempre filtrati dalla luce calda del sole. I mondi sono tanti ma non uguali per tutti, I miei mondi nelle immagini hanno bisogno di nebbia o luce riflessa, da qui, la scelta del bianco e nero o del colore è solo un ambiguità che mi concedo.

Parlando di sentimenti, che significato hanno per te le tue opere?

Le mie opere sono solo le mille mutazioni di pelle, come i serpenti fanno la loro muta. Ho necessità di espellere, uscire, dire ma soprattutto dare. Il significato o meglio il valore che ne emerge, spesso, è l’ immagine che meglio la rappresenta.  Mi rimprovero perché tendo troppo chirurgicamente a dominare il mio stato d’ animo, proprio perché voglio raggiungere quell’ “estasi collettiva” nel condividere un lavoro finito e finché non accade, quel lavoro rimane al buio. Per uscire da questo stadio sentimentale, ho messo una tela pronta da dipingere e non ho ancora avuto il coraggio di estraniarmi. Una volta un altro fotografo vedendomi per la prima volta e conoscendo i miei lavori mi ha detto: “ma tu non sei come le tue foto, ti immaginavo più scura, più cupa”….ebbene rispondo: “come ho detto, rappresento ciò che gli altri non vedono”.

 

 

  

 

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