A.I. Artisanal Intelligence | Le “Enervées”
3570
single,single-post,postid-3570,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,wpb-js-composer js-comp-ver-4.5.2,vc_responsive

Le “Enervées”

Vionnet 2

Le “Enervées”

“Accettate di essere chiamata nervosa: voi appartenete ad una famiglia splendida e miserevole, che è il sale della terra.Tutto ciò che abbiamo di grande ci viene dai nervosi: sono loro e non altri, che hanno fondato le religioni e creato capolavori. Mai il mondo saprà quanto deve loro; e soprattutto quanto essi hanno sofferto per produrlo. Noi gustiamo musiche delicate, bei quadri, e mille squisitezze; ma non sappiamo quanto esse sono costate, ai creatori, di insonnie, di epilessie; e quel terrore della morte che é la cosa peggiore e che forse voi conoscete, signora.”

                                                   Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, I Guermantes

Yves Saint Laurent teneva sempre in vista questo brano della Recherche nel suo studio parigino, come racconta meravigliosamente in uno dei capitoli del suo libro Mai il mondo saprà, Quirino Conti. Parole rivolte ad una donna ma che inesorabilmente parlano di uomini capaci di creare capolavori guidati dalla follia creativa: scienziati, artisti, inventori e altri superbi egocentrici.

Subito questa follia ci appare più come una grazia che una malattia: un privilegio maschile, un’aura di luce sulla stupidità del lavoro manuale, l’astrazione irrazionale che beatifica il gesto fisico. Concetti che servono oggi a ripensare alla differenza del lavoro creativo maschile e femminile.

Ci sono donne che lavorano con le mani come fanno gli uomini. Saper usare le mani é la dimostrazione di autosufficienza. In questo senso tutto, storicamente, si è espresso in una dimensione domestica del cucinare e del cucire, attività femminili non considerate creative perché dedite alla comunità, alla famiglia, e quindi necessariamente utili. Come dire che un uomo che cucina é un artista e una donna che cucina é una cuoca. Un uomo che assembla degli ingredienti può permettersi di sperimentare e di sbagliare, di proporre altro, una donna deve produrre qualcosa che sia innanzitutto nutriente e commestibile. L’unica strada che ha permesso, acerte artiste, di dire altro é proprio quella follia. Follia intesa come la dichiarazione violenta di voler essere altro, a costo di inquietare. Se Diane Arbus non avesse raffigurato i diseredati dal mondo, più di quanto avevano fatto prima altri fotografi come August Sander, spinta dalla follia femminile, non avrebbe mai prodotto le immagini dolorose che stanno nella nostra memoria artistica come incubi.

  

Madeleine Vionnet negli anni 20 inventa il taglio a sbieco, grazie a lei i nostri abiti scivolano sul corpo, ci si appoggiano seguendone le curve, non si sostengono su corsetti e crinoline. Non disegnava quegli abiti li montava direttamente su un manichino da pittore cercando di assecondare col tessuto l’anatomia del corpo, lo liberava, accompagnava il muscolo, plissettava in modo da aiutare il dinamismo del movimento. Aveva lavorato con Thayat, il futurista che progettò la tuta come abito ideale. Forse é stata l’esempio più valido di applicazione futurista alla moda, mai citata in questo senso, più facile parlare dei gilet di Balla o Prampolini, degli uomini d’azione. La follia aveva aiutato anche lei a suo modo. Prima di fare i suoi abiti, di avere il suo atelier a Parigi, era stata a Londra e per mantenersi aveva lavorato nella lavanderia di un manicomio criminale femminile. La camicia di forza è il mostro contro cui ha combattuto fino ad inventare un indumento nuovo, che libera invece di costringere.

 

 

 

Mostrarsi é un gesto impudico. Farlo razionalmente equivale a produrre qualcosa che nutre la fame degli altri, espone quello che è commestibile, carne o sentimenti disegnano un’immagine volgare se non sono guidati dalla follia. Piatti cucinati da cuoche che vogliono saziare: le artiste autentiche non sanno cucinare.

Parlare di cose femminili, inserire dei codici segreti dentro una scrittura nota e rassicurante é la follia strategica di Irene Brin negli anni 40, corrispondente di guerra dalla Jugoslavia, chiamata da Gio Ponti a scrivere di moda su “Bellezza”. Col suo primo articolo sulle differenze fra la donna del nord e del sud dimostrerà subito la capacità di saper usare un contesto “femminile” per trasgredire alle aspettative, ma soprattutto di saper creare un linguaggio nuovo, visionario.

Sull’immagine stereotipata da rotocalco lavora oggi anche Silvia Giambrone. Seleziona chirurgicamente parti di queste pubblicazioni fatte apposta per fare compagnia, subdolamente superficiali e affettuose, propositrici di una didattica comportamentale per alcuni comica e surreale per altri assoluta e insostituibile.  Una sola striscia di carta ritagliata da riviste femminili si sovrappone alla immagine di famiglia. Riproducendo un messaggio chiaro, non la libertà interpretativa che genera il collages di molti pezzi. I suoi  lavori hanno l’aspetto terrificante di quella cosa che inquieta perchè potrebbe anche essere vera. Un ordine, un pensiero unico che non permette scampo. La follia di vedere i pensieri brutti di una madre o di un padre fotografati in viaggio di nozze. Ordini impartiti con messaggi subliminali smascherati dalla sua indagine criminale. Crea una serie di prove scientifiche del nostro dna italiano, smentisce chi si era strategicamente illuso che uomini e donne partissero con lo stesso start.

 

La violenza di questa follia si é manifestata spesso sul corpo stesso dell’artista come apoteosi del gesto femminile atto al sacrificio anche mentre deve dire qualcosa di importante per tutti: il rogo di Giovanna d’Arco è l’archetipo della performance di Marina Abramovich. Un’esaltazione mistica del proprio dolore di vivere che non lascia un segno tangibile, lascia un segno sullo stato d’animo non nello spazio.

Louise Bourgeois plasma con le mani la propria follia e ce la lascia li da toccare, da vedere come un monumento, la scolpisce. Ricrea altri corpi, altri abitanti di un mondo in cui vive lei e dove viviamo anche noi, nostro malgrado.

Hanno mani grandi le figure di bronzo di Laure Boulay, resti di corpi femminili, reliquie  tenute in piedi solo dal peso del dolore. Reduci di una guerra che ha distrutto un altro pianeta, sembrano scendere da un astronave che vagava da secoli, spettrali ma non antiche. Portatrici della memoria di Giacometti con il segno di chi ama Tim Burton. Sono fatte con le mani, la sua follia si serve della forza maschile per lavorare il bronzo, il ferro, produrre figure pesantissime, alte, senza carne che non siano brandelli. L’interno organico strappato verso l’esterno. Cicatrici trascurate, cuciture di emergenza senza attenzione all’estetica da salvaguardare ma alla solo ferita da chiudere. Come Louise B.

 

Come un uomo, si direbbe, più di un uomo. Come Camille Claudel, passata anche lei dal manicomio, era meglio di Rodin. Come Kathryn Bigelow che nel 2010 vince più di un Oscar con “The Hurt Locker” al posto del favoritissimo “Avatar” del suo exmarito James Cameron.

Sono solo alcuni casi di donne forti come uomini perchè folli come gli uomini: creative autosufficienti perché prime rinunciatarie di insopportabili quote rosa.

 

You are not authorized to see this part
Please, insert a valid App IDotherwise your plugin won't work.

No Comments

Leave a Comment