A.I. Artisanal Intelligence | Five questions to… FABRIZIO TALIA
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Five questions to… FABRIZIO TALIA

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Five questions to… FABRIZIO TALIA

Contaminazioni dinamica tra le arti, cultura underground e alta moda, le ispirazioni di Fabrizio Talia per la sua collezione di pezzi unici (es)*Artisanal. Durante la settimana di Altaroma Altamoda presenta il suo ultimo progetto “At Land” nella speciale location della Galleria d’arte Moderna.

Da dove nasce il nome del tuo brand e cosa significa la particella (es)*?

(es)*  deriva dal suffisso di Socrate “es” che rappresenta l’indole, l’Io, l’idea di un progetto mentre “Artisanal” è la realizzazione di quella stessa idea, la parte concreta. Per cui (es)* Artisanal rappresenta il processo che porta dal progetto creativo all’esecuzione. Es, racchiuso dalle due parentesi e dall’asterisco, rappresenta l’incubazione dell’idea, il concetto ancora in fase embrionale mentre ”Artisanal” è per me l’unica strada possibile per realizzare l’idea. Ho iniziato a creare la mia collezione sentendo l’esigenza creare qualcosa che fosse al di là del  sistema Moda e tutto ciò che rappresentava, volevo recuperare le arti fondamentali, la ricchezza artigianale italiana. I grandi artigiani italiani hanno raggiunto oramai un’età avanzata e non riescono a tramandare il loro sapere alle nuove generazioni.

Com’è nata la tua collezione?

Dopo aver lavorato per Cavalli, John Galliano e altre importanti maison di moda ho partecipato a Trieste all’ITS, International Talent Support, dove ho vinto la prima edizione e successivamente ho partecipato come ospite. In questa occasione ho incontrato Barbara Franchin che ha capito e apprezzato il mio lavoro incoraggiandomi a creare una mia linea. Ho percepito che era in atto un’inversione di tendenza, che qualcosa doveva cambiare nel mio percorso creativo. Ho deciso quindi di creare una  mia collezione, volevo concepire qualcosa di diverso e alternativo rispetto ai dettami della Moda. Con le mie assistenti abbiamo deciso di fare tutto noi, interamente a mano. Il primo lancio è stato a Palazzo Morando nell’ambito dell’evento dedicato ai Vogue  Talents con grande successo e curiosità. Ho deciso di far  sfilare i miei abiti a Roma durante la  settimana dell’alta moda  nel gennaio scorso e da lì ho iniziato a capire che il mio lavoro aveva un significato più concettuale che commerciale; che era più adatto ad essere esposto in spazi espositivi e museali. La mia ricerca non segue le esigenze e le tempistiche della mercato, ma è una continua ricerca artistica su forme, colori, materiali e contaminazioni.

La tua collezione unisce la tradizione sartoriale italiana a elementi della cultura underground e dell’arte contemporanea, come far coesistere assieme mondi così diversi?

Come non far coesistere fra loro elementi così diversi nella contemporaneità così complessa e frammentata in cui viviamo? La mia collezione è concepita secondo un collage di pezzi molto differenti, ogni capo è un mondo a se. Il tentativo di (es)* Artisanal è di soddisfare e creare delle identità diverse cercando di abbattere tutti gli ordini precostituiti. Il mio legame con l’arte contemporanea è molto forte perché mi ispiro alla tecnica del collage stravolgendo le forme e il concetto di abito attraverso la sovrapposizione e l’assemblaggio di tessuti diversi: l’organza con la pelle, tessuti leggeri con quelli pesanti, creando un effetto di estraneamento che instilla nuova linfa vitale nell’abito. Le mie esposizioni sono spesso accompagnate da una sezione collage e video per raccontare la storia e l’idea del marchio, i video diventano così una sorta di moodboard digitale di una ricerca artistica lunga e complessa. La mia ricerca su ogni capo dura almeno un paio d’anni.

I tuoi capi sono realizzati interamente a mano da te, come mai questa scelta?

La scelta deriva dal recupero della dimensione della sartorialità, di quel tempo perduto in cui i grandi sarti italiani cucivano sul corpo delle dive abiti meravigliosi e unici. Quando io realizzo un mio capo corrisponde esattamente all’idea che avevo prima di realizzarlo. Se mandassi i miei disegni da una modellista, non sarebbe la stessa cosa.

I tuoi capi sono ricchi e sontuosi, non trovi  che possa essere una scelta discutibile  in questo periodo di crisi?

Mi ricordo quando lavoravo da Dior e proprio nei giorni precedenti alla fashion week sono crollate le torri gemelle. Tutti dicevano che i buyer non sarebbero arrivati dall’America e che  sarebbe stato un disastro, ma proprio in quel momento la maison decise di puntare ancor più su Galliano e di fare un investimento al di sopra delle spese istituzionali della sfilata. Scoppia la guerra in Afghanistan e i giornali titolano “Guerra, ma quale guerra, Dior sfila con l‘alta moda”. Ricordo sempre quest’episodio perché secondo me la moda è effimera, serve a far sognare. In  un momento di crisi come questo, c’è bisogno di sogno.

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