A.I. Artisanal Intelligence | Five question to… Francesca Sarti
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Five question to… Francesca Sarti

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Five question to… Francesca Sarti

Nonostante la sua giovane età Francesca Sarti è già conosciuta in tutto il mondo per i suoi progetti legati al “food”, e assieme a Silvia Allori, Cristina Cortese e Arianna Pescetti, forma il collettivo Arabeschi di Latte. Francesca ha iniziato questa attività nel 2001 per gioco, voleva creare qualcosa che unisse le sue due grandi passioni, arte contemporanea e cibo, così insieme alle amiche di facoltà si è lanciata in questa avventura. Io l’ho incontrata tra i calli veneziani e mangiando un delizioso tramezzino al granchio, su consiglio suo naturalmente, mi ha spiegato passioni e progetti del suo interessante lavoro.

 Cos’è Arabeschi di Latte?

Nasce come collettivo di architettura tutto al femminile con la passione per la convivialità. La filosofia che portiamo avanti è l’idea di utilizzare il cibo come strumento di comunicazione e socializzazione, un modo diverso per investigare e progettare gli spazi e la loro fruizione. Siamo uno studio specializzato in questo, con tre sedi: Roma, Milano e Firenze. Creiamo progetti e lavoriamo in tutto il mondo con istallazioni e allestimenti, investigando i diversi rapporti tra Design, Arte, Cibo e Comunicazione. Quando abbiamo iniziato, siamo state tra le prime al mondo a parlare di food design come esperienza, come modo per comunicare; allora la gente non sapeva nemmeno il significato di questa parola e non riusciva a capire il valore  del nostro lavoro. Il nome Arabeschi di Latte è nato per gioco durante il nostro primo progetto: avevamo comprato una balla di vestiti usati da costumizzare con pizzi e merletti per un’installazione in cui si giocava a mascherarsi. Da qui  l’idea del nome “arabeschi”, che racchiudeva in se l’idea di decorazione, ma anche un concetto filosofico barocco. Per sdrammatizzare, trattandosi di un gioco, abbiamo pensato di aggiungere “di latte” per richiamarci anche al food e alla natura.

Come nascono i vostri progetti?

Spesso partiamo da un brief con i nostri clienti e poi cerchiamo di tradurre le loro idee in cibo. Quando abbiamo realizzato il cocktail per la conferenza stampa, tenutasi a Milano, della mostra su Diana Vreeland a Venezia, siamo partiti dal personaggio per costruire l’idea del progetto. Abbiamo ricercato abitudini e stile di vita di Diana, scoprendo che pranzava ogni giorno con tramezzini al burro di arachidi e scotch, e che amava molto champagne russo. Abbiamo pensato di offrire per quella occasione lo stesso stravagante menù, servito da camerieri con grembiuli leopardati; un’altra piccola citazione alla vita della mitica direttrice di vogue america che vestiva la sua governate con una livrea leopardata.

I vostri progetti sono pensati come istallazioni site specific?

Avendo un approccio architettonico e progettuale al food, il cibo per noi diventa strumento per leggere gli spazi, per attivarli, per farli vivere in un modo nuovo. Spesso lo spazio stesso diventa il punto di partenza del progetto. In altri casi invece tutto parte da una nostra idea. Ad esempio abbiamo realizzato un pastificio temporaneo a Tokyo, allestito all’interno di una galleria dove ognuno poteva preparare la propria pasta. Anche in questo caso la pasta diventa per noi strumento per creare relazioni e movimento. A noi interessa il potere comunicativo del cibo, la capacità di aggregare e di creare connessioni tra le persone. Per l’ultimo Salone del Mobile di Milano abbiamo realizzato il progetto “Tokens/Love for food and Wood”, un’istallazione culinaria e quaderno di ricette ispirato dagli alberi e dal legno. Dai biscotti glassati con la manna, estratta dal frassino solo a Castelbuono in Sicilia, al Kashiwa Mochi avvolto in foglie di quercia che si prepara il  cinque maggio per il Children’s Day, festa nazionale giapponese. I “necci”, tipiche frittelle toscane con la farina di castagne; il brodo fatto con le pigne; le palline di riso preparate con la corteccia di sughero; la birra di betulla e le caramelle mou ottenute versando sciroppo d’acero bollente sulla neve fresca. Noi creiamo dei progetti, dei ragionamenti intorno al cibo, non siamo dei catering ma collaboriamo con i catering.

I cibi che utilizzate sono artigianali? Che rapporto avete con l’artigianato?

La ricerca dei nostri ingredienti è sempre molto mirata e difficile secondo il progetto che portiamo avanti. Ci soffermiamo molto sul riscoprire il piacere del fare, ci interessa la dimensione esperienziale del processo di creazione, com’è accaduto nel pastificio temporaneo a Tokyo. Lavoriamo anche molto sul significato culturale e sociale del cibo, com’è stato per il progetto Fame Digitale. Un punto di distribuzione alternativa che vendeva le immagini di prodotti di largo consumo come patatine, snack, bevande, tutte di note multinazionali, ma all’interno dell’involucro-contenitore vi erano gli stessi prodotti realizzati però artigianalmente con produzione in piccola scala, utilizzando solo ed esclusivamente ingredienti naturali. L’obiettivo è di lavorare sulla semiotica del cibo,  risalire all’ origine da cui prende spunto il prodotto in vendita e riportarlo alla sua condizione vera e naturale.

Prossimi progetti?

Sicuramente continueremo a lavorare sul nostro archivio, portando il progetto in altre location. Tutto è nato per festeggiare i nostri dieci anni di attività, assieme a Design Marketo abbiamo deciso di tirare fuori tutti gli strumenti e gli oggetti che ci hanno accompagnato nella nostra attività lavorativa. In occasione del Fuori Salone di quest’anno, abbiamo  così deciso di inaugurare in nostro nuovo studio milanese con questo evento che poteva raccontare in un modo diverso la nostra storia, WUNDERTUTE – Surprise Envelops, curato da Design Marketo per l’appunto. Adesso siamo concentrati sul processo di fermentazione dell’acque per la notte bianca di Rovereto, dove creeremo un’istallazione sfruttando questo sistema secondo cui mettendo i semi in acqua, questi restituiscono all’acqua stessa quello che gli ha donato. Inoltre stiamo preparando per Londra un “the illogico”, istallazione creata ad hoc giocando su proporzioni e sproporzioni di tazze, cucchiaini e bustine per il the.

www.arabeschidilatte.org

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